ORIGINE E STORIA DEL CAPPELLO DI PAGLIA NELL’ALTA E MEDIA VALTENNA

Il primo rudimentale processo di imbiancamento consisteva nel falciare il grano un po’ prima della completa maturazione. Quindi legavano le piante di grano in piccoli fasci e le esponevano al sole, dritti o quanto meno appoggiati l’uno contro l’altro. Dopo alcuni giorni quando gli steli di grano erano ben asciutti, ne prendevano alcuni con una mano vicino le spighe e con l’altra le tagliavano con la falce separandole dal gambo. In un secondo tempo, ponevano i nodi tutti alla stessa altezza e col medesimo movimento tagliavano le paglie immediatamente sopra il nodo superiore. Quindi sfilavano la parte fogliare ai fili di paglia, poi li legavano con sottili vimini in mazzi che aperti a ventaglio venivano esposti sull’aia al sole e alle guazze per qualche giorno onde farli imbiancare e irrobustire ulteriormente.
Con una semplice valutazione visiva e tattile graduavano i fili di paglia suddividendoli secondo la loro grossezza. Poco prima di iniziare la treccia bagnavano la base del mazzo in acqua, quindi lo capovolgevano in modo che tutti i fili si inumidissero in egual modo. Rese così flessibili le paglie iniziavano ad intrecciarle.
Terminata la treccia, con una lama affilata eliminavano gli spuntoni delle paglie rimesse. Prima di essere rammagliata la treccia veniva schiacciata stirandola tra l’indice e il pollice, protetti da elementi di cuoio. La cucitura a mano del cappello era un’operazione molto difficile e delicata e richiedeva tempo e precisione.
Questo cappello, veniva usato soprattutto nel periodo della mietitura. Per la sua utilità incominciò ad essere conosciuto e richiesto nelle campagne circostanti, e a poco a poco diventò merce di scambio e vendita, dando inizio ad una rudimentale, umile e ingegnosa tecnologia locale intesa a migliorare e a quantificare la produzione. Solo più tardi, quando rifiorirono i commerci, i cappelli diventarono una buona fonte di guadagno. Le attuali e diversificate aziende produttrici di cappelli (concentrate soprattutto nei paesi di Massa Fermana, Montappone e Monte Vidon Corrado) hanno una tradizione antichissima.
Non è facile stabilire con esattezza la nascita delle prime fabbriche di cappelli di paglia nel grappolo dei Comuni interni al territorio fermano, mancandone spesso le tracce negli archivi comunali. Le fonti più antiche rintracciate, confermate poi dall’ ”Indicatore del circondario di Fermo” pubblicato nel 1925, risalgono ai primissimi anni del ‘900.
La nascita della prima fabbrica vera e propria, fornita di operai, avviene del 1863 a Monte Vidon Corrado a nome di Giulio Costanzi & Figli. A questa prima fa seguito la fabbrica di Nicola Marini di Massa Fermana, sorta nel 1870 quando ritornò da viaggi intrapresi in Grecia e Turchia nel lontano Marzo 1869, segue la Pietro Quinzi di Falerone nel 1890. Sono loro i primi imprenditori che tentano di intraprendere un cammino industriale, senza peraltro intaccare né modificare la tradizione contadina. Il successo del cappello di paglia sui mercati mondiali, spinge altri imprenditori al decollo industriale dell’ultimo Ventennio del XIX secolo, periodo in cui iniziano i rapporti con l’Emilia Romagna per la fornitura di trecce di truciolo. Il periodo d’oro della produzione cessa con la Prima Guerra Mondiale.
Tuttavia, proprio nei primi anni del secolo, si affermano alcuni dei più longevi produttori: i Vecchi, i Ramadori, i Vitali, i Marinozzi, i Passerini, i Rosati, i Ciccangeli, i Quinzi e i Marconi.
Gli anni tra le due guerre vedono un rallentamento della produzione e la cessazione di alcune ditte importanti come la Marini e la Vitali. Contemporaneamente si costituisce la ditta Sorbatti a Massa Fermana, a cui nel 1936 subentrerà la Jommi. La cessazione delle ditte importanti coincide a sua volta, con un processo lento ma inesorabile che porta alla scomparsa delle fabbriche (deindustrializzazione) e alla polverizzazione dell’attività fra tanti microimprenditori.
Tale processo avviene in concomitanza con l’iniziativa di svariati operai che tentano di mettersi in proprio, secondo quel processo di “gemmazione” comune anche all’area calzaturiera, e con la trasformazione dei produttori di trecce in importatori di paglia intrecciata o maglina.
Suddividendo le ditte per paesi si può cominciare da Massa Fermana dove appunto è sorta la ditta Nicola Marini, anche se non possiamo basarci su fonti ufficiali ma su testimonianza privata, come nel nostro caso Ubaldo Marini (pronipote del sopracitato Nicola). Nel 1905 la Marini è già una ditta affermata, esportando 70.000 cappelli verso il bacino orientale del Mediterraneo. Nel 1910 si riscontra che il lavoro della durata di 190 giorni l’anno, occupa 23 operai presso la fabbrica sita nella strada d’accesso alla piazza in pieno centro storico.
L’edificio, di cui non si hanno tracce grafiche o fotografiche nel passato, pare aver conservato la facciata esterna originale, contenendo oltre la Marini, la Passerini.
Nel 1911 la gestione passa dal fondatore Nicola ai figli Alessandro ed Enrico podestà del paese nonché collaboratore del fratello. In quegli anni la ditta esportava all’estero, specie in Turchia.
Nel 1925 l’attività pare incrementata: le giornate lavorative infatti crescono da 190 a 250. Dopo dieci anni si rende noto che la Marini esportava anche in Grecia.
L’export era la via preferita da questa famiglia d’industriali, che smise l’attività verso la fine degli anni venti con l’esaurirsi della moda della paglietta in Europa. La seconda fabbrica di cui si è trovata traccia nell’archivio comunale è la Francesco Passerini, di cui è noto che già nel 1910 impiegasse undici o dodici operai per il lavoro stagionale.
Nel 1909 il Passerini era classificato nelle liste comunale come piccolo negoziante, nel 1914 già figurava grossista. Sembra che la fabbrica non lavorasse per l’estero, essendo stata redatta nel 1909 una nota del sindaco in cui si specificano gli esportatori nel paese: oltre Marini, Silvestro Natali, Pacifico Santucci, Luigi e Ruffino Vecchi.
Si tratta delle prime figure d’imprenditori – precursori del lavoro sommerso – che distribuivano il lavoro a domicilio e poi, ritiratolo, lo vendevano al pubblico. Ruffino Vecchi passò così dagli undici operai del 1910 ai diciotto del 1913.
La ditta Galliano e Americo Sorbatti si costituì nel 1922 a Massa Fermana: già dopo cinque anni raggiunse dimensioni rispettabili, con sessantanove operai solamente in fabbrica. E’ chiaro che gli operai denunciati, per motivi di ordine fiscale, sono spesso in numero minore di quelli realmente impiegati: ciò dà l’idea dell’importanza di quest’ultima industria. Negli anni Trenta la fabbrica si trasferì a Montappone.
Ultima ditta rintracciata è la F.lli Ramadori, presente in paese già nel 1909 con la figura di Pio Ramadori “trecciaiolo”. La fabbrica sorgerà negli anni Venti, senza però avere un mercato all’estero. Altre ditte citate dalle diverse fonti sono la Alessandro Giuliani passata nel 1925 al figlio Duilio che contava nove operai, e la Remo Jommi di Montappone che releva nel 1925 la parte di Lorenzo Vitali (suo debitore) della già esistente società – sorta nel 1919 – composta da Vincenzo Iommi, Lorenzo Vitali e un certo “Sciapò”, sostituito successivamente da Galliano Sorbatti.
Nel 1934 la società si scioglie e Vincenzo Jommi rileva a sua volta la fabbrica di Nazzareno Vitali. In una nota del Sindaco del 1949 si rendono note le ditte di Massa Fermana che hanno superato la Seconda Guerra Mondiale, in ordine d’importanza:
1. F.lli Ramadori
2. Nicola fu Francesco Passerini
3. Attilio Sorbatti (terzo fratello)
4. Gustavo Rosati
5. Ascenzio fu Luigi Vecchi
6. Attilio Ramadori
Nel vicino centro di Montappone, l’unica e la più importante ditta sembra essere stata la Nazzareno Vitali sorta nel 1911 rilevata poi da Vincenzo Iommi nel 1936. La sua era una produzione importante, rivolta soprattutto all’estero (Turchia e Svizzera).
Specie nel paese d’oltralpe, la vitali esportava nel 1925 semilavorati, cioè trecce, per le fabbriche svizzere di cappelli di paglia. Altra specialità dovevano essere i cappelli in truciolo importato già intrecciato dall’Emilia Romagna, con precisione da Carpi e dintorni. Infatti la produzione di trecce di truciolo, svoltasi specialmente nel periodo tra il 1890 e il 1935, era tipica dell’ area emiliana, a cui i nostri fabbricanti si rivolgevano per avere la materia necessaria alla fabbricazione dei cappelli di truciolo.
A Monte Vidon Corrado le fabbriche operanti attorno al 1926 sono cinque più o meno della stessa importanza: la Giambattista Costanzi, che smise l’attività poco dopo quella data, impiegando sei cucitrici e due guarnitrici. La Ida Costanzi fondata nel 1863, impiegava nel 1892 sei cucitrici, otto guarnitrici e due pressatori ed esportava all’estero. La ditta Francesco Marinozzi, sorta nel 1905 in B.go Oberdan e trasferita nel 1925 nella costruzione adiacente, nel 1926 contava quindici cucitrici, un facchino, due stiratori, sette guarnitrici e doveva essere la più grande del paese, tanto che il Podestà di Monte Vidon Corrado si fregiava di rispondere per lettera ad una richiesta del 1938 proveniente da Agnone, sui fabbricanti di cappelli di paglia dicendo “… esiste la rinomata industria di cappelli della ditta Marinozzi Francesco”.
L’altra industria era la “Società Anonima Cooperativa Produzione e lavoro cappelli di paglia e truciolo”, che nel 1926 contava dodici operaie, di cui sei guarnitrici, e un operaio.
C’era un altro Marinozzi Giovanni, ma della sua ditta non si è rintracciato nulla.
Inoltre esistevano due ditte di negozianti di cappelli di paglia, la Gennaro Enei e la Vito e Filippo Enei, anche se la prima impiegava tre cucitrici e la seconda quattro cucitrici e tre guarnitrici a domicilio, permettendo ai datori di lavoro alti guadagni. Anche a Falerone e Monteverde esistevano negozianti che erano, come detto prima quegl’imprenditori che senza avere fabbriche si avvalevano del lavoro svolto a domicilio per commerciare cappelli: nel 1925 l’”Indicatore” cita trentaquattro fabbriche di cappelli e quattro negozianti a Falerone mentre a Monteverde un negoziante.
E’ chiaro che in questo caso la parola fabbrica non intende un edificio per la produzione in serie, ma un piccolo laboratorio artigiano.