Per tradizione consolidata la lavorazione della paglia si è sviluppata sul versante sinistro della media e alta valle del Tenna, capire il fenomeno di questa particolare produzione industriale oggi, significa conoscere le motivazioni storiche, geografiche e culturali che questo ambiente ha espresso in passato. L’arte dell’intrecciare paglie alla quale dovrebbe essere associata a rigor di logica anche la tecnica della tessitura, da sempre è stata utilizzata ovunque ma è qui, in questo ambito territoriale che ha assunto espressione più articolata e compiuta nel corso del tempo. Falerone, Monte Vidon Corrado , Montappone, Massa Fermana, Monteverde, sono luoghi che sempre hanno gravitato sulla valle del Tenna antropizzata già al tempo dei Piceni. Sarà la localizzazione a Piane di Falerone di Falerio Picenus nel periodo Augusteo a segnare indelebilmente questo territorio sia per l’impostazione urbanistica di una piccola ma ricca città romana, sia per il potenziamento della viabilità che allora come ora doveva collegarla con Fermo, Amandola, Urbisaglia e Novana nella valle dell’Aso.
La presenza di Falerio Picenus come fenomeno urbanistico è ancora in massima parte da studiare, comunque possiamo farci un’idea piuttosto chiara del territorio di sua pertinenza anche attraverso le descrizioni dei classici. Le tracce di centuriazione nel suo territorio ne indicano un ambito geografico piuttosto vasto, confinante ad Ovest con la Prefettura di Amandola, ad Est con Firmum, a Nord con Pausola e a Sud con Novana, coincidendo all’incirca con i territori degli attuali comuni di: Falerone, Monte Vidon Corrado, Montappone, Massa Fermana, Francavilla d’Ete, Penna S. Giovanni,S.Angelo in Pontano, Monte S.Martino, Montegiorgio, Belmonte Piceno, Servigliano. In questa Colonia Romana dove non mancava il teatro, l’anfiteatro, le terme ed altri edifici pubblici, vi furono insediati i veterani dell’ VIII Legione i quali vivevano sfruttando i profitti della terra attraverso le coltivazioni tipiche di quell’epoca utilizzando una manodopera costituita da Liberti ed in piccola parte da Schiavi. Si potrebbe qui citare l’epigrafe ( CIL, IX, 5460 ) proveniente da Massa Fermana dalla quale si evince che il Vilicus Apollonio procura sepoltura al proprio schiavo domestico.
La fertilità della terra è sottolineata dal culto della Dea Cerere l’antica Demetra greca della quale il Museo Archeologico di Falerone conserva ben due statue di marmo, una acefala rinvenuta durante gli scavi del De Minicis e l’altra invece completa della testa, trovata nel 1636 e già descritta dal Colucci. L’iconografia che caratterizza la Cerere, la rappresenta con la testa cinta da spighe di grano, la mano destra che sorregge un mazzo di spighe e il braccio sinistro alzato a sorreggere una torcia. L’esemplare di Falerone benchè sia mancante delle braccia, conserva sul capo la corona spicea ben leggibile e nella sua tipologia, vedi l’uso della ponderatio e delle pieghe del chitone, è stata comparata all’esemplare statuario di Bulla Regia nel Museo del Bardo di Tunisi che ripropone il medesimo tipo iconografico di un originale statuario attico di Demetra. E’ già stata sottolineata l’importanza di questa statua faleronese in quanto risulta l’unica rappresentazione sicura della Dea completa nel campo della statuaria romana.
Anche la presenza del culto di Cerere lascia pensare alla grande importanza che veniva data alla produzione agricola del territorio, incentrata in primo luogo sui cereali ed anche alla produzione dell’olio e del vino. Non doveva però mancare il pascolo, le selve e i luoghi paludosi lungo l’alveo del Tenna in quanto un epigrafe proveniente dall’area archeologica ( CIL, IX, 5439 ) ci dice di corporazioni di Dendrofori cioè commercianti del legno, ed anche della presenza di Centonarii cioè fabbricanti di stuoie. Questo dimostra una forte presenza artigianale all’interno della Civitas che si alimenta di materia prima attingendo al territorio dell’ Urbs, città e territorio senza soluzione di continuità perchè questa colonia a differenza di quelle di Firmum o Urbisalvia non presenta mura di cinta. Ecco allora che parlare dell’intrecciare paglie significa prestare attenzione alla Dea Cerere con la sua corona spicea e alla presenza in tempi così lontani di Sodalicia di Centonarii, gli intrecciatori di stuoie che se non nel materiale usato ma nel gesto dell’intrecciare rimandano a quella manualità che oggi possiamo ammirare ormai nelle fotografie d’epoca dove la gente viene colta nell’antico atto amanuense.
Con questa premessa storico-archeologica è facile intuire che questi luoghi avevano delle prerogative foriere di sviluppi diversi rispetto a quella che è la bassa Valtenna con la presenza accentratrice di Fermo. Il formarsi nell’alto Medioevo di un sistema feudale grazie alla concessione di Gaidulfo Vescovo della S.Chiesa Fermana di territori nell’alta e media valle del Tenna al Conte Mainardo nel 977, ha fatto si che si venisse a ricostituire quella che era la pertinenza centuriata dell’antica colonia di Falerio Picenus fino a quel tempo smembrata e sconvolta dalle invasioni barbariche. Il ceppo longobardo del Conte Mainardo produrrà una stirpe di Milites uniti, che amplieranno le loro proprietà grazie anche al Vescovo Gerardo da Massa, esprimendo così nella Bassa Marca quello che verrà chiamato “Fenomeno Ghibellino” sempre in lotta per impossessarsi di ciò che è più appetibile sul territorio: la città di Fermo. L’espressione feudale dei Domini Contadini incentrata sullo sfruttamento dell’agricoltura attraverso l’uso di Vassalli e Coconi tra l’altro sempre pronti a fuggire sul versante destro del Tenna, si protrae anacronisticamente anche quando ormai nei castelli a Sud del Tenna si lotta per l’autonomia. Se da un lato l’esperienza mezzadrile dimostra lungimiranza da parte dei Monaci Farfensi e della Chiesa Fermana, incentivando così la coltivazione di terreni attraverso migliorie che ne aumentano la produttività, nei luoghi a dominio feudale ciò non avviene.
La poca produttività di questi territori inselvatichiti contrasta anche con ciò che era la produzione in epoca romana dove proprio a Massa Fermana il Vilicus Apollonio, avuti con ogni probabilità in affitto diversi iugeri di terra, viveva in agiatezza visto che si poteva permettere di dar degna sepoltura al suo schiavo. Quando gli studi agrimensori verso la fine dello Stato Pontificio sono attenti alla produzione agricola quantificandola, appare chiaro che l’agricoltura intensiva a Falerone, Massa Fermana, Monte Vidon Corrado e Montappone non esiste, sottolineando la scarsa fertilità di questi territori e tranne che a Falerone risulta completamente assente la bachicultura. La produzione s’incentra sul grano combinando varietà diverse molto aristate per evitare la rotazione agraria e produrre paglia con il grano Marzuolo, la Calvigia, il Calvigiotto e la Mazzocchetta a seconda della treccia per cappelli da realizzare. Il fenomeno dell’intrecciare paglie diventa routine già nel XVIII secolo, anche se le tecniche agrarie hanno subito dei cambiamenti nel tempo, in realtà, il modo con cui il grano viene mietuto lascia ancora una volta intravedere interessanti correlazioni con gli scrittori classici.
Varrone nel De Re Rustica ad esempio, ci parla della tecnica della mietitura in epoca romana diversa da luogo a luogo: “... nell’Umbria si usa tagliare con la falce a fior di terra gli steli e nel mettere ogni manipolo rasente la stessa... nel Piceno si miete in un altra maniera adoperandosi una pala di legno incurvata alla cui estremità si mette una seghetta di ferro, con questa si prende un fascio di spighe, si tagliano e si lasciano in piedi gli steli sopra il terreno per essere poi tagliati a fior di terra...”. E’ interessante questa notazione sul Piceno perchè già a quel tempo gli steli venivano lasciati sul terreno e solo in un secondo tempo tagliati a filo di terra conservandosi così nella loro interezza. Lo stesso Varrone propone la derivazione del latino Stramentum dal verbo stare sopra terra. Questo conservare intero lo stelo del grano nel Piceno e nell’Umbria a differenza di tutti gli altri luoghi “ ... compresi i dintorni di Roma...” dove invece “... venivano tagliati a metà...” lascia pensare ad un lungo perdurare di queste tecniche fino a spingere il contadino della media e alta Valtenna a pensare un utilizzo della paglia diverso da quello ad uso di strame per animali. Solo la conservazione dell’interezza dello stelo può aver spinto per primo il contadino a concepirne l’utilizzo per trecce, quindi è probabile che sia stata introdotta questa tecnica in Toscana dal bracciandato faleronese presente in Maremma anche per l’acquisto di equini.
Sicuramente la produzione Fiorentina ne ha migliorato la qualità profittando dell’arretratezza tecnologica ed agricola dello Stato Pontificio, comunque questo interscambio ha fatto si che oggi il più grande polo industriale di produzione di cappelli sia localizzato proprio nel luogo dove è partita l’intuizione assimilando però dall’area Fiorentina il fattore qualità. Tutto questo è dovuto all’ingegnosità degli abitanti della Valtenna nel concepire empiricamente strumenti di lavoro rudimentali ma efficaci dimostrando così la concreta volontà di avviare il processo di industrializzazione.
Quando l’intelligenza aveva una dimensione più naturale e pratica, la manualità era il linguaggio più eloquente e consueto.
Le arti e la cultura delle popolazioni rurali non hanno mai avuto molta eco nelle opere degli storiografi, a differenza dei poeti per i quali la vita agreste è stata quasi sempre il fulcro delle loro espressioni comunicative.
Difficilmente attraverso ricerche in archivi pubblici, in monasteri e biblioteche si può risalire alle origini delle attività lavorative di abilità manuale riguardanti l’intreccio di paglie di grano, del vimine e di altri elementi vegetali ad opera di umili e semplici coloni che popolavano le campagne di un vasto territorio piceno.
Le odierne industrie di cappelli e del vimine presenti nel pentagono produttivo di Mogliano, Massa Fermana, Montappone, Monte Vidon Corrado e Falerone non sono sorte per caso, ma hanno una storia che risale ad epoche remote
Per un recupero sostanziale di questa particolare economia è opportuno approfondire la conoscenza geografica e storico-culturale di un territorio più ampio: il binomio Falerio-Urbisalvia (per ciò che riguarda la realtà marchigiana), la Toscana, l’Emilia e il Veneto.
Quando si parla di realtà Marchigiana s’intende la bassa Marca e più precisamente il versante sinistro della valle del Tenna dove la lavorazione delle trecce dei cappelli di paglia avevano un nucleo di produzione ben identificato anche se esistevano paesi che producevano piccole quantità di trecce come Monte San Giusto e Torre San Patrizio.
La dinastia Comitale nata con Mainardo per volere del Vescovo di Fermo, aveva lo scopo di bloccare l’espansione farfense incuneando tra l’Abate e il Vescovo una forte area feudale con funzione di controllo e frizione; in realtà, lo sviluppo genealogico dei Conti, finchè ebbe energia vitale, espresse alterne alleanze a seconda dei suoi bisogni. Dal Conte Mainardo si staccano i ceppi feudali dei Brunforte, dei Massa, dei Fallerone, i Clarmonte, gli Acquaviva i quali prendendo possesso della media e alta Valtenna, infeudano alcuni castelli dei quali prendono il nome.
Montappone appartiene in un primo tempo alla proprietà dei Signori di Massa, successivamente, dopo la distruzione del castello da parte di Gentile da Mogliano, ne conserva la proprietà Mitarella da Monteverde la quale però non può ricostruirne la rocca per volere dell’Albornoz. Diventerà giurisdizione della città di Fermo, classificato come castello minore. Monte Vidon Corrado è forse feudo dei figli di Fallerone: Guidone e Corrado.
Il castello di Massa Fermana, il più importante dopo Falerone, è posto in un punto strategico sul tratto viario che collega le valli del Tenna e del Chienti, nel cuore della dominazione ghibellina.
E’ castello strategico per la dinastia che lo possiede almeno fino alla metà del XIII secolo quando iniziano le cessioni della proprietà dei Signori di Massa a favore di Amandola: i castelli di Scoppio, Matema, Vena e successivamente la parte del castello di Civitella appartenente a Bellaflora de Clarmonte moglie di Guglielmino da Massa A queste grandi famiglie feudali appartengono personaggi in grado di occupare cariche ecclesiastiche come Gerardo da Massa, fratello di Guglielmino, divenuto Vescovo di Fermo, senza per altro offuscare le simpatie ghibelline che li caratterizza; sarà lui a promuovere la costruzione del convento francescano di Massa Fermana fuori del castello in quelle che erano le selve del Monte Stalio donate ai monaci dai Signori di Massa (lo stesso Rinaldo figlio del Signore di Fallerone fu convertito da San Francesco a Bologna nel 15 Agosto 1222, dove frequentava l’Università, diventando Pellegrino da Falerone poi beatificato).
Nel 1252 i Nobili di Massa chiedono l’inurbamento a Fermo, conservando però metà del castello al quale, forse in questa occasione viene demolito il Girone. Nello stesso periodo si può notare uno spostamento strategico dei Signori di Massa verso Sud, Guglielmino da Massa ottiene con piena giurisdizione il possedimento di Montevarmine dal fratello Gerardo Vescovo di Fermo.
Filippo da Massa nel 1360 si impossessa della città di Ascoli stabilendovi un proprio governo. Boffo da Massa unisce la sua politica ghibellina con la Lega di Firenze diventando un capitano di questo importante esercito contrapposto alle forze militari del Papa, per i suoi meriti ottiene la cittadinanza ascolana, diviene Signore di Castignano ma quando cerca di riassoggettare alla sua famiglia il castello di Carassai appartenuto a Lino da Massa, viene ucciso.
La stessa sorte era capitata precedemente a Mercenario da Monteverde, Signore di Fermo, il quale fu ucciso a tradimento forse da uomini della guelfa S. Elpidio.
Muore decapitato con tutta la sua famiglia Rinaldo da Monteverde a Fermo, ucciso in battaglia sarà l’esponente dei Fallerone: Effreducci.
Queste morti violente dimostrano l’anacronistica politica feudale di questi Signori i quali stentano ad accettare una situazione che li vede soccombenti. Alcuni storici credono che una delle cause di questi cambiamenti sociali e politici possa essere lo spirito ribelle implicito nel francescanesimo tanto difeso dai feudatari ma che nel tempo fecero la loro rovina attraverso la ricerca di giustizia riesumata da questa teologia morale, provocando nelle classi più umili un riscatto sociale che si concretizzava nella fuga da schiavitù del vassallaggio verso luoghi di affrancamento estranei al sistema faudale.
Con Matteo di Buonconte Marchese di Massa si può concludere la storia di questa famiglia ghibellina, Matteo viene definito de Florentia ma abita a Fermo nella contrada castello, non usa più la forza per impossessarsi delle antiche proprietà della sua famiglia.
Nel 1397 acquista il castello di Montevarmine da quelli che erano suoi lontani parenti ormai abitanti ad Offida ed Ascoli. Alla sua morte il feudo di Montevarmine esce dalla storia civile ed entra in quella ecclesiastica, attraverso una donazione testamentaria e favore della Confraternita di S. Maria della Carità di Fermo. Massa Fermana e la sua potenza di uomini non esiste più, nel 1507 fa parte dei castelli minori della città di Fermo.
Oggi questo paese nel suo nucleo storico quasi irriconoscibile, trascurato, quasi presenza ingombrante in un contesto di contenitori industriali che non possono dialogare con esso, ancora riesce ad esprimere la sua antica potenza.
Quella che è stata come dice il Colucci “(…) una delle maggiori glorie di Massa è l’avere un antichissimo convento del Serafico S. Francesco in cui abitano i Riformatori e dove si venera un’immagine della Beatissima Vergine, celebre per molti miracoli (…)”, oggi non è che un cumulo di macerie.
